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Editoriale di Anna Maria Ciai
LA TIGRE DI CARTA
L'ultima edizione della notte degli Oscar è durata molto meno del solito per permettere alle maestranze di poter essere puntualmente al lavoro la mattina dopo. Normalmente i set si organizzano tenendo conto del sorgere del sole, ma mai prima di adesso la fabbrica di Hollywood si era creata problemi nel giustificare qualche ora di assenza a chi era stato presente alla premiazione. Il fatto è che di lì a pochi giorni tutti sapevano che sarebbe iniziato lo sciopero degli sceneggiatori, con il conseguente blocco di tutte le lavorazioni. Travolto da questa astensione dal lavoro di chi rivendica paghe più alte, è stato annullato anche il convegno indetto da Cinecittà Holding sul tema "Il lavoro degli sceneggiatori, in un confronto tra Italia e Usa". Linda Seger, forse la più nota lettrice americana e il previsto rappresentante della Writers Guild non sono potuti intervenire perché - il motivo è quello ufficiale -, i sindacati non hanno permesso a nessuno di loro di essere presente. Quando Rossellini diceva che il cinema è una tigre di carta e che si impara facendolo, sottendeva che dietro l'arte c'è un lavoro, ci sono lavoratori, esigenze concrete, diritti da tenere stretti, leggi e contratti da rispettare, paghe da incassare, etc. Chi nega questo, evidenziando il lato magico e anarchico dei cinema, come se fare un film fosse una navigazione in solitario, sta solo cercando di preservare subdolamente dei privilegi. Per ciò che riguarda il cinema italiano, l'argomento sindacati è un insieme di punti interrogativi. Oggi, che in America gli sceneggiatori possono bloccare i set, da noi si discute se dargli o no, in che misura e con quali modalità i diritti d'autore. L'Italia è anche il paese in cui, mentre negli anni ottanta un noto produttore realizzava con solo 10 milioni di lire un documentario di mezz'ora "chiavi in mano", oggi (la notizia è di quindici giorni fa), una grossa emittente nazionale fa la stessa cosa con 5 milioni, trattando direttamente con gli autori. Ergo, facendo fuori le case di produzione. Certo, i nostri sindacati consigliano agli autori di non accettare, ma molti hanno già detto di sì. Ecco: sono persone così che vanno in giro a parlare della magia del cinema. Una magia che ha a che fare con la prestidigitazione, perché in effetti qualcosa l'hanno fatta sparire: perlomeno il compenso di loro collaboratori, se non anche il proprio. Perché la gente accetta di lavorare sottopagata o gratis? Forse che (non so) montare un film a condizioni inaccettabili è tanto diverso d, cucire palloni Nike a condizioni ancor più inaccettabili? li cinema è un lavoro duro. La via sul set inizia all'alba e finisce a notte inoltrata, per un totale che può arrivare anche a 18 ore al giorno, o più. Una delle ultime battaglie sindacali combattute e vinte negli Stati Uniti stata proprio quella sulla durata dei turni di lavoro: uno sciopero partito perché troppa gente moriva in incidenti sul lavoro, tornando a casa per dormire tre ore tra un turno e l'altro oppure di infarto. Dalla caduta del muro di Berlino, la più generale crisi di identità dell'idea stessa di organizzazione sindacale, si è andata a sovrapporre al caos generato dall'esistenza di tante (troppe) organizzazioni similari peraltro dallo scarso potere contrattuale. Così, oltre le organizzazioni storiche, nascono associazioni di intercategoria che pur somigliando tanto a sindacati, negano di esserlo, in cui troviamo a far fronte comune registi, sceneggiatori, produttori, organizzazioni, montatori, eccetera. Quello che se fosse un sindacato, sarebbe un sindacato giallo.
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Fascicolo 14 - Marzo 2001
SOMMARIO
Classic
FREAKS
di Alessandro Cappabianca
Cinema e...
IL CINEMA
ARTE DELLA LUCE
di Ilaria Gatti
Leggere il cinema
SIGFRIED KRACAUER
di Leonardo Esposito
Sugli schermi
IL MAESTRO E L'ALLIEVO
di Daniele Dottorini
Dizionarietto
di Anna Maria Ciai
Fare il cinema
EFFETTI SPECIALI
di Giuseppe Tortora
Riservato agli studenti
LA TIGRE E IL DRAGONE
di Lidia Cipolla
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