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Editoriale di Anna Maria Ciai
LETTERA DALL'ARGENTINA 2
In queste pagine, poco tempo fa, comparve una lettera dall’Argentina pubblicata quasi per caso Una lettera scritta a luglio, durante un viaggio a Buenos Aires ,ma pubblicata tempo dopo, quasi a ridosso dello scoppio di quella che ormai si chiama ”crisi Argentina". Ironia della sorte, in quella lettera si parlava della fascinazione provata per una città dalla dissimile somiglianza con tante altre città europee. Si parlava cioè di un’immagine, di una sorta di proiezione che l’Argentina stessa ha prodotto negli anni. Un' immagine di se stessa e dell’Europa che Buenos Aires conserva e proietta all’esterno.
Chi scrive è tornato in Argentina a distanza di due mesi, un secondo viaggio che proseguiva e sviluppava il primo. Volevo vedere ancora, vedere di più, andare anche oltre quella città particolare che era Buenos Aires. Ma al mio ritorno mi accorgo che qualcosa è cambiato, che i segni vitali della città, le sue luci, il movimento, le strade affollate, i cinema e i teatri sembravano affievolirsi, farsi più radi. I volti e i discorsi delle persone che incontravo riflettevano l'incertezza, la preoccupazione per il futuro. Le televisioni, i manifesti nelle strade annunciavano nuove misure economiche e incitavano all'unità nazionale. Ricordo uno spot televisivo governativo: due uomini, uno in giacca e cravatta, l'altro in tuta da operaio che seduti di fronte ad un tavolo giocano a braccio di ferro. Sullo sfondo emerge la bandiera argentina biancoceleste e le due mani che si fronteggiano improvvisamente si stringono in un gesto di amicizia. L’immagine della nazione, dell’identità nazionale emergeva da migliaia di segni, grandi e piccoli. L’immagine unificante, nelle intenzioni di chi la proponeva, ma che non è riuscita a nascondere la realtà del conflitto, la crisi reale di un Paese sempre più soffocato, sempre meno libero. Attraversare l'Argentina diventa quindi scoprire le mille immagini di un Paese velato, che proietta fuori di sé e a se stesso schermi che velano la realtà di un Paese-laboratorio dove gli interessi finanziari di altri paesi sperimentano la possibilità di fare di un’intera nazione una terra da conquistare , con altri mezzi che non siano quelli militari. Le tappe sono note: anzitutto la decisione di Domingo Cavallo, ministro dell'economia sia nel governo Menem (dal 1989 al 1999) sia nel governo di Femando De la Rua (2000- 200 1), di ancorare il peso, la moneta nazionale, al dollaro secondo una parità di scambio decisa per legge. Si tratta del metodo del "currency board”, sviluppato soprattutto dalla corona inglese ai tempi dell'Impero britannico. Soluzione questa che avrebbe permesso di incentivare le esportazioni se queste fossero state dirette verso paesi legati al dollaro. Ma il "currency board” in realtà finisce per limitare le esportazioni verso tutti quei Paesi non legati alla moneta statunitense e rende l'Argentina meno concorrenziale rispetto al Brasile, che può svalutare la moneta in vista di flussi di esportazione convenienti. Per pareggiare il bilancio, Menem inizia una serie di privatizzazioni selvagge. In breve tempo, tutto il sistema produttivo del Paese (e non è un’esagerazione) viene letteralmente svenduto, dagli impianti di estrazione del petrolio alle catene commerciali, dagli aereoporti alle compagnie aeree, dalle aziende grandi e piccole fino ai parchi naturali (innumerevoli). Tutto il sistema bancario è in mano ai grandi gruppi soprattutto statunitensi e spagnoli. Anche l’Italia partecipa alla spartizione con aziende grandi e piccole. Ma quando tutto finisce e non c'è più nulla da vendere la crisi cresce, la "dollarizzazione” non viene messa in discussione e il Fondo Monetario Internazionale presta all’Argentina 8 miliardi di dollari in cambio della firma di un trattato che lega il paese al libero scambio con gli Stati Uniti. Esperimento di globalizzazione, altra faccia di un pensiero dominante ed unico che, come si è visto entra - drammaticamente - in crisi. Tutte le ricette si rivelano palliativi e l’economia mostra la sua crisi. Nel Paese non circola moneta e il governo inventa un sistema di buoni (dal "Patacón” della provincia di Buenos Aires, al "Lecop” con cui il governo centrale paga le provincie. Ma i buoni non vengono riconosciuti dalle banche e i lavoratori pubblici ricevono pagamenti in una moneta che non possono spendere. Si cerca di fermare l'emorragia di denaro tagliando i salari (di oltre il 10%) e imponendo per legge un limite al prelievo in banca da parte dei cittadini (massimo 1 000 dollari al mese). La crisi esplode, la popolazione insorge. Il 19 e il 20 dicembre supermercati e negozi vengono presi d’assalto a Buenos Aires e in altre città. Tutto avviene simultaneamente, sicuramente c'è un’organizzazione dietro i saccheggi (probabilmente ambienti legati al passato peronista nel tentativo di mettere alle strette il governo di De la Rua). Ma la disperazione è reale, tangibile. In quei giorni sono lontano da Buenos Aires, a Nord, ai confini con la Bolivia e vedo tutto in televisione. La sera le televisioni trasmettono un discorso del presidente De la Rua e subito dopo migliaia di persone scendono in piazza, questa volta spontaneamente, percuotendo pentole e dando visibilità ad una protesta impossibile da fermare. La polizia non sta a guardare e apre il fuoco. Più di venti morti nel Paese. Domingo Cavallo fugge dalla sua casa assediata dai manifestanti indossando una maschera raffigurante il suo volto, estremo travestimento, schermo di fronte alla crisi che esplode. De la Rua si dimette, inizia il balletto dei presidenti nominati e dimissionari, fino a Duhalde (peronista), attuale presidente incaricato Proprio il 20 dicembre esce nei cinema di Buenos Aires La maman et la putain di Jean Eustache, film proibito dalla censura argentina. Ma in quei giorni nessuno va al cinema. Strano corto circuito. Le sale vuote proiettano un film disperato fatto di tempo e discorsi, mentre al di fuori dei cinema la città (perlomeno il centro) esplode e la disperazione prende corpo, carne, sangue. Tomo a Buenos Aires il 23 dicembre. E’ l'antivigilia di Natale, in un Paese che festeggia la ricorrenza alla maniera europea, mentre la temperatura è sui trentacinque gradi. La sensazione è strana: ricostruire una quotidianità (la festa, la ricorrenza) mentre tutto intorno ogni sicurezza scompare. Le immagini di Buenos Aires allora si moltiplicano, la facciata si frammenta in schegge impazzite. La notte di capodanno la città esplode. Dappertutto fuochi artificiali, scoppi, giochi pirotecnici. I tetti delle case (moli quartieri sono fatti di case basse ad uno o due piani) si affollano di persone che guardano lo spettacolo. I festeggiamenti non sono sereni, ma feroci, quasi un'attestazione di vitalità, di voglia di vivere, di ricostruire, appunto, una quotidianità di cui non c'è certezza. Il viaggio continua e dopo il Nord dell'Argentina vado al sud, in Patagonia. In ogni zona del paese la crisi è visibile, ma vissuta diversamente. Al sud come al nord si moltiplicano le forme di organizzazione, ad esempio i “trueque” , i mercatini autonomi, dove chiunque entra deve offrire qualcosa da vendere e così la possibilità di avere dei buoni per comprare qualcosa, dalla verdura proveniente da un orto casalingo alla zuccheriera di famiglia. Forme e pratiche diverse di esistenza si sviluppano in varie zone dell'Argentina. Le immagini ora non sono più schermi, ma circolano libere, mostrando una crisi che non appartiene tanto all’Argentina, ma che mostra il suo legame con il resto del mondo, con i flussi dei segni e dei valori che sembrano determinare la nostra esistenza. li viaggio è finito, tornando mi rendo conto di altre immagini, di altri schermi che sono filtrati in occidente, di altri modi di leggere ciò che è accaduto, di vederlo come qualcosa che ci colpisce ma che non ci riguarda. Forse anche qui, parlare di cinema significa esplorare le immagini, riconoscerle, amarle o combatterle, con passione poetica e politica.
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Fascicolo 17 - Marzo 2002
SOMMARIO
Cinestoria
VERSO IL NEOREALISMO
di Edoardo Bruno

Cinema e...storia
WESTERN: LA STORIA RISCRITTA DAL CINEMA
di Grazia Paganelli

Classic
IL TESTAMENTO DEL DOTTOR MABUSE
di Alessandro Cappabianca

Leggere il cinema
ANATOLIJ D. GOLOVNIA
Sugli schermi
IMMAGINI E FERITE
di Daniele Dottorini
Dizionarietto
di Anna Maria Ciai
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