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Anno VII Numero 27 |
Editoriale di Annamaria Ciai VENEZIA 2004 Le novità di questa 61°Mostra del Cinema di Venezia sono certamente inferiori alle aspettative create dalle trionfalistiche dichiarazioni del Presidente della Biennale Davide Croff che annunciava di voler “realizzare la migliore Mostra del Cinema degli ultimi dieci anni”. Garanzia di serietà è stata la scelta del direttore Marco Müller, già responsabile del Festival del cinema di Locarno, da sempre attento nei confronti del cinema indipendente e della filmografia orientale. L’intenzione di Müller era di fare incontrare l’anima commerciale e artistica dell’industria cinematografica, attraverso le grandi produzioni e il cinema sperimentale, con contaminazioni di stili, tecniche e linguaggi. Contemporaneamente prometteva molta attenzione al cinema giovane e al recupero del patrimonio storico del cinema italiano. Pur avendo portato al Lido diversi buoni titoli, opere di prestigiosi registi, molti divi di grosso calibro, ci si sarebbero aspettate delle scelte più innovative, tali da sorprendere e far discutere pubblico e critica. Tra le scelte più interessanti c’è l’ingresso a pieno titolo del cinema di animazione in diverse sezioni e perfino tra i film in concorso, cosa che non accadeva a Venezia da circa trent’anni. A torto considerato “cinema per l’infanzia”, in qualche modo quasi “non cinema”, il cartoon ha subito lo stesso pregiudizio che ha colpito letteratura, musica e altre forme d’arte, per le quali ha pesato a lungo la distinzione tra “genere alto e genere basso”: in realtà si può solo parlare di buona o cattiva letteratura, buona o cattiva musica, buono o cattivo cinema. In anteprima mondiale, nella sezione Venezia ’61, viene presentato Hauro No Ugoku Shiro (Il vecchio cane, lo spaventapasseri e il bambino barbuto), l’opera del maestro di animazione giapponese Hayao Miyazaki, vincitore dell’Orso d’oro al Festival di Berlino con La città incantata (v. Filmcritica-scuola n. 23). Il film raffigura una realtà fiabesca e surreale, resa visivamente affascinante dai fantastici paesaggi resi con tecnica raffinata e popolata da personaggi delineati con delicatezza e finezza psicologica. Altra anteprima mondiale, questa volta fuori concorso, è Shark Tale della casa di produzione di Steven Spielberg che ha portato al Lido un gruppo di grandi star nella veste di doppiatori, quali Robert De Niro, Martin Scorsese, Neil Smith, Angelina Jolie che, oltre a prestare ai personaggi del cartoon la voce, offrono anche la loro fisionomia. E nel cinema di animazione troviamo altri due titoli: Steamboy, del regista giapponese Katsuhiro Otomo, autore di Akira, e I fratelli dinamite opera del 1949 di Nino e Toti Pagot, oggi restaurata, presentata nella sezione “Italian kings of the B’S” (vedi in questo numero l’articolo di Alessandro Cappabianca). Un evento di particolare rilievo è stato l’assegnazione del doppio leone d’oro alla carriera a due grandi registi così diversi tra loro: l’americano Stanley Donen e il portoghese Manoel De Oliveira. Ci piace ricordare che l’Associazione “Amici di Filmcritica”, insieme all’Assessorato alla Cultura del Comune di Roma, aveva assegnato loro il premio “Campidoglio Maestri del Cinema” rispettivamente nel 1999 e nel 2003. Donen è il maestro insuperabile di musical come Cantando sotto la pioggia o “Sette spose per sette fratelli”, nei quali il movimento e la danza costituiscono l’elemento fondante della trama; ma si possono ricordare altri film in cui, con gusto e leggerezza, il regista ha sperimentato un intreccio di generi diversi, come in Sciarada, giallo che volge al rosa. Manoel De Oliveira, solo recentemente conosciuto da un vasto pubblico, è tuttavia forse il regista più rappresentativo del ‘900. Infatti, nei suoi film, dal primo del 1931 (Douro faina fluvial) all’ultimo presentato quest’anno a Venezia (O quinto imperio), scorre tutta la storia del ‘900. Mai premio alla carriera può considerarsi più meritato. Tra gli aspetti meno convincenti di questa 61° edizione c’è il nuovo look dato al Palazzo del Cinema. In attesa di un nuovo progetto architettonico, il compito di rinnovare l’immagine esteriore del Palazzo è stato affidato al grande scenografo premio Oscar Dante Ferretti, che ha fatto innalzare ben 61 steli, sormontati da altrettanti giganteschi leoni d’oro alati, a ricordo dei premi assegnati nelle varie edizioni. In realtà l’effetto, più che rimandare alla storia della Mostra, è quello di un affollato e imbarazzante bestiario. La notte gli steli si illuminano di rosso davanti alla facciata, ricoperta da un grande schermo ideato da Matteo Thun, a simboleggiare i lavori in corso. Per quanto riguarda i disguidi organizzativi, quali file caotiche, ritardi nelle proiezioni, responsabili della sicurezza simili a buttafuori delle discoteche, giornalisti strattonati alle conferenze stampa... preferiamo sorvolare.
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Fascicolo 27 - Nov 2004
SOMMARIO Classic Cinema e ... storia Leggere il cinema
Dizionarietto Riservato agli studenti |
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