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Anno VIII Numero 29 |
Editoriale di Annamaria Ciai Storia che passione! Un tempo a scuola la storia era sinonimo di date, di nomi di re e di imperatori, di battaglie e di guerre, di trattati da mandare a memoria. Era la storia con la S maiuscola, ma era una storia senza anima, dove non c’erano uomini e donne ma personaggi, meno che mai c’era la gente comune, la vita, la società. Arrivati al liceo, se si aveva la fortuna di incontrare un bravo professore (lo è stato il mio, Giuliano Manacorda al Liceo Mamiani di Roma negli anni ’60, guarda caso uno dei pochi insegnanti di sinistra!) si capiva che la storia era anche molto di più, che studiare il Passato serviva soprattutto a capire il Presente. Di recente, nella scuola italiana, abbiamo assistito a vari tentativi di revisionismo, nella scienza (vedi il dibattito sulla teoria dell’evoluzione, ma anche sulla bioetica) e ancor più nella storia. Ricordiamo il tentativo del Presidente della Regione Lazio di intervenire sulla libera scelta dei libri di testo da parte degli insegnanti, libri di diversi autori ma accusati tutti di distorcere la realtà perché troppo di sinistra. Ma anche il giudizio revisionista sulla Resistenza, l’enfasi retorica operata dalla destra di governo sull’episodio delle Foibe. I professori più illuminati, per fortuna molto più numerosi di quanti il Ministero della (Pubblica) Istruzione creda che siano, insegnano oggi la storia in modo diverso, tengono conto della lezione della scuola francese degli Annales, badano sì al discorso cronologico ma affiancano ad esso la contemporaneità e lo studio delle cause. Sarà anche per questo, sarà perché, come dice una bellissima canzone di Francesco De Gregori, “La storia siamo noi”, sarà perché ogni giorno nella nostra società globalizzata non possiamo fare a meno di scontrarci con ciò che accade in ogni parte del mondo (e accadono molte cose su cui riflettere al di là delle ideologie di appartenenza), sarà dunque per tutto questo che anche il cinema, in questi ultimi anni, si occupa in modo sempre più frequente della storia. E questi film suscitano un così forte interesse di pubblico, anche di quello giovanile, e arrivano a vincere prestigiosi premi, e se passano in televisione hanno, come si dice, un’alta audience; questo significa che esprimono molto di più che la mera registrazione storica della realtà. Potremmo dire con Edoardo Bruno, rovesciandone la frase, che “rendono immaginario il reale”. Ecco allora i film-documentario di Michael Moore come Bowling a Columbine, premio speciale della critica al Festival di Cannes 2002, sulla violenza nelle scuole e il possesso delle armi negli USA; Fahrenheit 9/11, Palma d’Oro a Cannes nel 2004, duro attacco alla politica estera di George W. Bush dopo la caduta delle Torri gemelle; quello di Jonathan Demme The Agronomist, 2003, sulla figura e l’assassinio di Jean Dominique, la voce della libera Radio Haiti, sempre contro le varie dittature del suo paese. Ma ecco anche il grande successo di trasmissioni televisive quali “La Grande Storia” su RaiTre, pur quando non parlano di grandi temi come il Fascismo o Hitler e Mussolini, ma anche quando trattano di vita quotidiana, della povertà e degli svaghi della gente comune in Roma (dal 1926 al 1943) di N. Caracciolo con le splendide immagini dell’Archivio dell’Istituto Luce. E non possiamo fare a meno di ricordare che ad aprire la strada a questo genere è stato lo straordinario e intenso film All’armi siam fascisti! (1962) di Miccichè, Del Fra, Mangini, con il commento di Franco Fortini elegiaco, sferzante e accusatorio, letto a 3 voci da Sbragia, Gazzolo e Cigoli.
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Fascicolo 29 - Marzo 2005
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